Una “Benedetta Maledizione”

libro

In questa settimana sicuramente non facile, per me e per il territorio dal quale provengo, è successo anche che la mia Tesi di Laurea sia divenuta un libricino.

Resta in ogni caso un lavoro accademico, so benissimo che non potrà diventare un best-seller o un libro da comodino, ma condivido comunque la gioia di non vederla più in quell’odiata forma nella quale continuiamo a realizzare le tesi universitarie!

Il testo di “Benedetta Maledizione” è rimasto quindi, per mia libera scelta, quello scritto per la mia tesi (errori compresi), poiché sono convinto che il modo di scrivere di ciascuno cambi in brevissimi spazi di tempo e a me interessava “fotografare” quel momento particolare; non si tratta quindi di un’opera di narrativa ma di un saggio di “chiacchiere morte”, di quelli che nelle università chiamano “libri per addetti ai lavori”.

Premesso ciò, chi volesse comunque sostenerlo può dare un’occhiata alla vetrina on-line e procedere all’acquisto al seguente link:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/197615/benedetta-maledizione/

oppure può contattarmi in privato (all’indirizzo davidederei@email.it) e provvederò io stesso.

Grazie!

Preghiera del fango (Benevento 15 Ottobre 2015)

Proteggimi dal male, Signore.

E proteggimi pure dagli incompetenti, dagli amministratori irresponsabili,

dai tecnici arroganti e ignoranti, dai funzionari raccomandati e incapaci.

Proteggimi dagli strumentalizzatori

e dai politici che rubano i fondi destinati alle emergenze,

proteggimi da questo mucchio di omuncoli.

Proteggimi dai media servi e pilotati,

proteggimi dagli indifferenti, dagli sciacalli e dagli avvoltoi.

Don Pasta e la gastrofilia militante

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Ho incontrato virtualmente Don Pasta (al secolo Daniele De Michele) quasi un anno fa e sinceramente non ci avevo capito molto: un cuoco-deejay-scrittore che cucinando-mettesudellamusica-e-racconta-e-proietta-video. Indubbiamente affascinante ma, allo stesso tempo, indubbiamente spiazzante.

Alimentato dalla stessa curiosità questa estate, vista la sua partecipazione al bel festival Riverberi di Benevento, mi ci sono ovviamente catapultato e bum!, una folgorazione: un trio jazz alle sue spalle, John Coltrane, le ricette che diventano pretesto di racconto, le tagliatelle offerte al pubblico.

Sul palco (e non solo) il cuoco-deejay-scrittore-economista racconta se stesso e la cucina popolare italiana, quella che in sè racchiude il gusto degli anni che passano piegandosi sulla tradizione, odori, luoghi e persone.

Don Pasta oggi fa più politica della politica perchè attraverso le sue performance multimediali raccoglie e condivide le storie di chi da anni preserva e difende una tradizione che si tramanda di generazione in generazione, lontanissima dalla sterile cucina predominante fatta di squadre che si sfidano per la preparazione del pollo con le patate, presunti chef che posano a torso nudo per Vanity Fair e di bambini che piuttosto che mangiare cupcakes sperimentano invece la competizione della loro preparazione davanti a delle spietate telecamere.

Il racconto di Don Pasta è puro èpos, la parola che racconta un passato glorioso di gesta eroiche ma che avvengono nel quotidiano, che caratterizzano e colorano un popolo intero; e ben venga se questo passato è fatto di parmigiana di melanzane della nonna, di (vero) ragù napoletano, aglio, olio e peperoncino.

Io sto con Don Pasta perchè diffido della riduzione di scalogno.

E concordo sull’assunto per il quale “se hai un problema, aggiungi olio”.

UNA BANANA CI SEPPELLIRÁ

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«Chi sta con un piede solo sulla terra rischia di stare poi con un piede solo in cielo».

DIETRICH BONHOEFFER

Ritorno a scrivere qui dopo essere stato, inaspettatamente, in tournée.

No, non ho riempito gli stadi con l’estate addosso, i teatri con le traviate o ancora l’Arena di Verona con la serata finale del (fu) Festivalbar. Ebbene, per una serie di s(fortuti) eventi ho partecipato per alcune ore alla vita estiva di alcune diverse associazioni di cui non farò nome, perchè mi piace pensare che insieme a loro ce ne siano idealmente anche altre.

Ogni associazione con la propria identità e le proprie caratteristiche e con i propri problemi. Ma anche con caratteristiche e problemi del tutto simili ad un’altra, e nel mezzo gli sguardi di chi non si arrende, pur riconoscendo la difficoltà del tempo in cui è chiamato a vivere, sia esso bambino, ragazzo o adulto. Nonostante tutto c’è chi ancora ha sete di formazione, spiritualità, politica, perchè sa che non potrà mai rassegnarsi a vivere una vita in bianco a nero, a compartimenti stagni sterili.

E allora penso che siamo da sempre un po’ degli irresponsabili quando alziamo la staccionata verso chi, a pochi metri da noi, ogni giorno, si pone lo stesso obiettivo con impegno e mettendoci il proprio volto, organizzando attività esperienziali, momenti di socializzazione e di cura del proprio territorio. E che forse è arrivato il tempo di costruire “ponti associativi” fatti di confronto, relazioni e scambi “narrativi”, di racconto.

Puntare alla luna sarebbe ancor più da irresponsabili, e allora scendiamo ancora di più sulla terra, impastando mani e piedi nel fango o sulla terra polverosa arsa dal sole, piedi ben saldi a terra e testa tra le stelle.

E mentre penso a tutto ciò, in un tripudio extrasensoriale post-romantico, con gli occhi pieni de “La libertà che guida il popolo” di Delacroix, con  Gerry and the Peacemakers che cantano a squarciagola “You’ll never walk alone” con la tifoseria del Liverpool e respirando l’aria pulita dei monti di tutti i partigiani che la Storia abbia conosciuto, mi accorgo che il semaforo è rosso.

Aspetto, non perdo la concentrazione e trattengo i pensieri. Davanti a me una macchina.

Bzzzzzzzzzz, Il finestrino si abbassa e sbuca fuori un braccio con qualcosa in mano, di giallo.

“No, non può essere” mi dico. Ma non serve a molto, e la signora davanti apre inesorabilmente la mano, lasciando cadere a terra la buccia della banana che ha appena finito di mangiare, consegnando al centro della strada e al traffico la sua sfida al tempo per la bio-degradazione.

Muoviamoci con questi dannati ponti.

Il Parolismo e la Voce della Luna

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Abbiamo da sempre l’abitudine di categorizzare i periodi storici, letterariamente ma non solo, non appena questi finiscono: ci posizioniamo distanti il giusto, li analizziamo, ci soffermiamo su qualche personalità straordinaria che quella manciata di anni ha prodotto e zac!, via con l’etichetta: l’Illuminismo, il Romanticismo, il Decadentismo e via così in avanti (ma pure indietro).

Il tempo che viviamo ora non so di preciso che nome avrà nel sommario dei futuri libri di Storia e Letteratura a scuola. Ammesso che ci siano libri nel futuro e non solo e-books. Ammesso che nelle scuole vengano usati “ancora” gli e-books.

Ammesso che una scuola esista ancora nel futuro.

Comunque sia, il nome di preciso non possiamo prevederlo ma sono abbastanza sicuro che suonerà tipo “Parolismo”, “Chiacchierismo” oppure ancora “Opinionismo”, il tempo dell’opinione a tutti i costi, della parola lanciata ad impatto, della necessità di doversi esprimere su tutto per esprimere se stessi. E spesso più spariamo in alto con le nostre armi vocali e/o digitali e più diventiamo “personaggi”, e più lo diventiamo e più abbiamo bisogno di sparare in alto per mantenere il nostro status ed evitare la Grande Paura: quella di non essere nessuno o di essere come tutti gli altri.

Il risultato spesso è una Babele di polvere sospesa nel vuoto, senza più fondamenta perchè, diciamolo, ma chi se ne frega di questa fondamenta, di queste basi: l’importante è arrivare in alto e poco importa se nell’impasto del calcestruzzo c’era la sabbia.

Tanto le Babilonie cadono da sempre, e speriamo che questa cada quando “noi non ci saremo”.

L’ultimo film di Federico Fellini non viene ricordato per la sua bellezza (La Voce della Luna, 1990) ma molto probabilmente per il suo simbolismo predominante e, a detti di molti, per la sua frammentarietà esasperata, che non riescono a salvare del tutto momenti in ogni caso altissimi, come la cattura della luna e il circo mediatico conseguente.

Eppure negli ultimi 30 secondi (di un film che dura due ore), Fellini ci mette in guardia con un lampo che illumina la notte per un solo istante, e mai come adesso le parole che egli fa pronunciare ad un giovanissimo Roberto Benigni, simbolicamente l’animo poetico e non ancora corrotto della fanciullezza, oggi dovremmo ripetercele come un mantra:

E grazie a… Orazio!

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In medio stat virtus è una locuzione latina, il cui significato letterale in italiano è: «la virtù sta nel mezzo». La locuzione invita a ricercare l’equilibrio, che si pone sempre tra due estremi, pertanto al di fuori di ogni esagerazione[1].

L’espressione risale ai filosofi scolastici medievali, anche se già Aristotele nell’Etica Nicomachea (“μέσον τε καὶ ἄριστον”; trad.: il mezzo è la cosa migliore), Orazio nelle Satire (“est modus in rebus”; trad.: c’è una misura nelle cose) e Ovidio nelle Metamorfosi (“medio tutissimus ibis“; trad.: seguendo la via di mezzo, camminerai sicurissimo[1]) avevano espresso un concetto similare.

[da Wikipedia]

Le mie orecchie lo sentono ripetere da una vita, come un mantra ossessivo, un abito adatto ad ogni occasione

  • Hai deciso per chi votare?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.
  • Come la pensi su … [inserire tema attuale a piacere] ?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.
  • Ma nell’amatriciana ci vuole lo spicchio d’aglio?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.

E così via.

Ogni forma di estremismo non ha mai generato nulla di buono, e siamo d’accordo.

Ma quali disastrosi effetti collaterali possono derivare anche dallo “scudo oraziano”?

Nel caso specifico n.1, la massima oraziana può rivelarsi un’arma letale, favorendo l’elezione di pseudo-partiti che da anni “si muovono sulla destra, poi sulla sinistra, restano immobili sul centro, e provano a fare un giro su se stessi”.

Nel caso n.2 lo scudo si rivela con chiarezza per quello che è realmente, e cioè un modo per tenere tutti buoni a prescindere, senza esercitare (ed esercitarsi) in nessun dubbio critico che possa allontanarci dal nostro gruppo di riferimento, dimenticando troppo spesso che invece è proprio questo che ci caratterizza in quanto esseri umani.

Il caso n.3 è probabilmente il più doloroso e problematico poiché interferisce con il mondo che oggi più di tutti ci interroga e ci appassiona, quello cuochese: chi potrà, ad esempio, dimenticare l’acre polemica che il Febbraio scorso tenne tutto il nostro Paese con il fiato sospeso e che costrinse il comune di Amatrice a dichiarare “La tradizione vuole solo guanciale, pecorino, vino bianco, pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino” contro il vate Carlo Cracco?  Ebbene, nemmeno in quella attanagliante discussione riuscimmo a prendere posizione chiara e netta.

E allora qualche volta, oltre ad Orazio, non dimentichiamoci nemmeno di chi diceva:

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano.

Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

E VABBÈ – Storie di sentinelle in piedi e di sedie poco comode

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Accadde in una piccola cittadina del Sud Italia che si preparava ad accogliere un grosso evento.

Ebbene, in questa cittadina delle famiglie cominciarono a provare un forte disagio: tutte le sedie non sembravano più tanto accoglienti. A quelle sedie ci tenevano un sacco!

Su quelle sedie avevano visto di tutto: l’arresto del sindaco, di Sandra & Co., i loro figli disoccupati, la squadra di calcio cittadina che perde I play-off, qualche infiltrazione camorristica qua e là.

Insomma, queste meravigliose amiche a quattro zampe gli avevano tenuto compagnia per tutta una vita.

Ma non per quel maledetto evento di Giugno, no!

“Ragazzi, dobbiamo fare qualcosa” – dicevano – “non possiamo stare seduti in un momento come questo… conosco degli amici dell’Illinois che sanno come comportarsi in questi casi”.

Quindi, organizzato un gruppetto, decisero di andare a manifestare il proprio disagio leggendo un buon libro…in piedi…davanti alla Prefettura. Ora, poco importa se questo libro l’abbia scritto il buon Adolfo o qualche altro scrittore accreditato dalle parti dell’avvocato, “questa manifestazione non s’ha da fare!”

Leggono… leggono… leggono.

“Se stabiliamo che una famiglia può essere fatta da 2 uomini o due donne, allora arriveremo anche a dire che una famiglia può essere composta da un uomo e dal suo cane”.

“A volte l’ideologia viene prima delle persone”

Eccetera, eccetera….

Io non commento. Dico solo che io preferisco leggere altro!

Se potete, mettete un cuscino sulle vostre sedie… perchè forse e meglio se restiate seduti.

Come avete sempre fatto.

[SonoNelMood]