Forse farei lo stesso.

L’assassino ritorna sul luogo del delitto come il poeta si muove tra le stanze dei suoi ricordi, ha scritto qualcuno.

Pur non essendo (ancora) poeta e (ancora?) un assassino, il mio strano giugno duemila(maledetto)venti mi riporta con sorpresa, dopo cinque anni, tra queste pagine virtuali. Un movimento talmente inaspettato che può, addirittura, essere testimoniato dalla necessaria procedura per il “recupero credenziali”.

L’occasione che ha fatto traboccare il vaso arriva da un compleanno, anzi da un genetliaco, come ho imparato a scrivere durante questi cinque anni, allo stesso modo di come ho imparato a sostituire nosocomio all’oramai consunto e triviale ospedale in questi, lunghissimi, quattro mesi. Il genetliaco a cui mi riferivo, dunque, è stato ieri quello del signor Guccini Francesco, venuto nella luce della Modena del Quaranta.

Per ventinove trentesimi della mia vita vissuta, io il signor Guccini, che ieri è divenuto ottantenne, l’ho sempre avuto sulle palle, è necessario che io lo confessi a cuore aperto. Ed i motivi non sono pochi.

E cioè perché da giovincello il rock, il punk ed il rap mi mantenevano a debita distanza dai cantautori in chitarrina che, appunto, di palle sapevano farne due di numero, ma solo come minimo. E poi perché «tra i due è sempre meglio De Andrè», per quel testardo e mai del tutto sopito viziaccio che negli anni ci interroga con la doverosa scelta tra Beatles o Rolling Stones? Destra o Sinistra? Menù di terra o di pesce? e così via di seguito. E per quelle inguardabili camicie a quadrettoni e scacchi, che tradivano il pile anche durante le interviste estive, fastidiose ed infeltrite anche al di là di uno schermo. Ed infine quella erre, quella sgraziata erre moscia che grattava come un gorgoglìo grasso di colluttorio.

Poi una volta mi sono perso. Non perché fossi finito chissà dove, ma perché le luci intorno si erano come abbassate tutte nello stesso momento, come se si fossero accordate dopo una cospirazione alle mie spalle. Tra gli altissimi palazzi di domande e dubbi, cominciai a rovistare tra libri, immagini e suoni per trovare, finalmente, anche una sola e leggera parvenza di quiete. Ma niente.

E poi, durante un’altra pigra serata sprofondato in uno zapping sprovvisto di orizzonti di senso, caddi su questo signore. Camicia a quadri, manco a dirlo. Stava cantando. Erre moscia compresa nel pacchetto, ovviamente.

Eppure qualcosa si lanciò verso di me.

Il signor Guccini, con la chitarrina stonata, la camicia a quadri non stirata e la erre che strusciava a terra, stava raccontando. Ascoltai una storia d’amore ed odio profondo, una linea perfettamente solcata tra la mancanza più profonda che sembra togliere il respiro, e la liberazione che invece fa respirare a pieni polmoni. Piccola città tratteneva nei propri spazi le parole che non sapevo nemmeno stessi cercando.

se penso ad un giorno un momento
ritrovo soltanto malinconia.
È tutto un incubo scuro,
un periodo di buio gettato via

E fu quello solo un timido inizio.

Con la calma indispensabile e dovuta, e che è stata ormai del tutto sottratta nell’ascolto liquido della musica, divenne necessario e piacevole per me infilarmi tra le pieghe dei suoi versi, ritrovandomi non di rado come in un vestito cucito su misura. Rimasi per ore sotto la sua pioggia amica, capace ogni volta di ricordarmi il tempo che passa con Farewell, l’orgoglio di non tradire mai se stessi con Quattro stracci, il senso del resistere di Quello che non, la santa strafottenza di Cirano e tanto altro ancora. Ed alla fine Vorrei mi arrivò come fosse scritta per me solo, coronando il tutto e regalandomi, ad ogni ascolto, la bellezza ed il pudore. Divenne abituale il suo tono di voce pronto a tenermi compagnia, il suono della chitarra capace di arricchirsi con le imperfezioni, e persino quella erre moscia divenne, ascolto dopo ascolto, confidenziale, domestica, mia. Così come quelle camicie talvolta troppo grandi eppure tanto comode nella loro misura, pronte a riparare dal tempo più freddo e a smanicarsi con il rialzo delle temperature.

Al ritorno da quei giorni trascorsi in penombra, alle luci finalmente riaccese e ritrovate, se ne era aggiunta un’altra che diceva di conoscermi negli slanci eroici così come nelle cadute violente sul pavimento, forse addirittura meglio di me stesso.

E cosa dovrebbe fare di diverso la poesia, capace di dare a lei stessa (e quindi anche noi) seconde ed inaspettate possibilità?

Ed è per questo che il suo compleanno è adesso come quelli delle persone alle quali si vuole il bene più sincero, di famiglia, che verrebbe quasi la voglia di infilarsi in macchina con una bottiglia di vino ed arrivare fin su a Pavana solo per fare quattro chiacchiere, e congedarsi magari nel cuore della notte con un “Tanti auguri, maestro ed amico”, lasciato sul portone.

A tutto questo pensavo, andando a comprare un’altra, comodissima, camicia di pile a quadrettoni.

 

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Una “Benedetta Maledizione”

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In questa settimana sicuramente non facile, per me e per il territorio dal quale provengo, è successo anche che la mia Tesi di Laurea sia divenuta un libricino.

Resta in ogni caso un lavoro accademico, so benissimo che non potrà diventare un best-seller o un libro da comodino, ma condivido comunque la gioia di non vederla più in quell’odiata forma nella quale continuiamo a realizzare le tesi universitarie!

Il testo di “Benedetta Maledizione” è rimasto quindi, per mia libera scelta, quello scritto per la mia tesi (errori compresi), poiché sono convinto che il modo di scrivere di ciascuno cambi in brevissimi spazi di tempo e a me interessava “fotografare” quel momento particolare; non si tratta quindi di un’opera di narrativa ma di un saggio di “chiacchiere morte”, di quelli che nelle università chiamano “libri per addetti ai lavori”.

Premesso ciò, chi volesse comunque sostenerlo può dare un’occhiata alla vetrina on-line e procedere all’acquisto al seguente link:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/197615/benedetta-maledizione/

oppure può contattarmi in privato (all’indirizzo davidederei@email.it) e provvederò io stesso.

Grazie!

Preghiera del fango (Benevento 15 Ottobre 2015)

Proteggimi dal male, Signore.

E proteggimi pure dagli incompetenti, dagli amministratori irresponsabili,

dai tecnici arroganti e ignoranti, dai funzionari raccomandati e incapaci.

Proteggimi dagli strumentalizzatori

e dai politici che rubano i fondi destinati alle emergenze,

proteggimi da questo mucchio di omuncoli.

Proteggimi dai media servi e pilotati,

proteggimi dagli indifferenti, dagli sciacalli e dagli avvoltoi.

Don Pasta e la gastrofilia militante

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Ho incontrato virtualmente Don Pasta (al secolo Daniele De Michele) quasi un anno fa e sinceramente non ci avevo capito molto: un cuoco-deejay-scrittore che cucinando-mettesudellamusica-e-racconta-e-proietta-video. Indubbiamente affascinante ma, allo stesso tempo, indubbiamente spiazzante.

Alimentato dalla stessa curiosità questa estate, vista la sua partecipazione al bel festival Riverberi di Benevento, mi ci sono ovviamente catapultato e bum!, una folgorazione: un trio jazz alle sue spalle, John Coltrane, le ricette che diventano pretesto di racconto, le tagliatelle offerte al pubblico.

Sul palco (e non solo) il cuoco-deejay-scrittore-economista racconta se stesso e la cucina popolare italiana, quella che in sè racchiude il gusto degli anni che passano piegandosi sulla tradizione, odori, luoghi e persone.

Don Pasta oggi fa più politica della politica perchè attraverso le sue performance multimediali raccoglie e condivide le storie di chi da anni preserva e difende una tradizione che si tramanda di generazione in generazione, lontanissima dalla sterile cucina predominante fatta di squadre che si sfidano per la preparazione del pollo con le patate, presunti chef che posano a torso nudo per Vanity Fair e di bambini che piuttosto che mangiare cupcakes sperimentano invece la competizione della loro preparazione davanti a delle spietate telecamere.

Il racconto di Don Pasta è puro èpos, la parola che racconta un passato glorioso di gesta eroiche ma che avvengono nel quotidiano, che caratterizzano e colorano un popolo intero; e ben venga se questo passato è fatto di parmigiana di melanzane della nonna, di (vero) ragù napoletano, aglio, olio e peperoncino.

Io sto con Don Pasta perchè diffido della riduzione di scalogno.

E concordo sull’assunto per il quale “se hai un problema, aggiungi olio”.

UNA BANANA CI SEPPELLIRÁ

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«Chi sta con un piede solo sulla terra rischia di stare poi con un piede solo in cielo».

DIETRICH BONHOEFFER

Ritorno a scrivere qui dopo essere stato, inaspettatamente, in tournée.

No, non ho riempito gli stadi con l’estate addosso, i teatri con le traviate o ancora l’Arena di Verona con la serata finale del (fu) Festivalbar. Ebbene, per una serie di s(fortuti) eventi ho partecipato per alcune ore alla vita estiva di alcune diverse associazioni di cui non farò nome, perchè mi piace pensare che insieme a loro ce ne siano idealmente anche altre.

Ogni associazione con la propria identità e le proprie caratteristiche e con i propri problemi. Ma anche con caratteristiche e problemi del tutto simili ad un’altra, e nel mezzo gli sguardi di chi non si arrende, pur riconoscendo la difficoltà del tempo in cui è chiamato a vivere, sia esso bambino, ragazzo o adulto. Nonostante tutto c’è chi ancora ha sete di formazione, spiritualità, politica, perchè sa che non potrà mai rassegnarsi a vivere una vita in bianco a nero, a compartimenti stagni sterili.

E allora penso che siamo da sempre un po’ degli irresponsabili quando alziamo la staccionata verso chi, a pochi metri da noi, ogni giorno, si pone lo stesso obiettivo con impegno e mettendoci il proprio volto, organizzando attività esperienziali, momenti di socializzazione e di cura del proprio territorio. E che forse è arrivato il tempo di costruire “ponti associativi” fatti di confronto, relazioni e scambi “narrativi”, di racconto.

Puntare alla luna sarebbe ancor più da irresponsabili, e allora scendiamo ancora di più sulla terra, impastando mani e piedi nel fango o sulla terra polverosa arsa dal sole, piedi ben saldi a terra e testa tra le stelle.

E mentre penso a tutto ciò, in un tripudio extrasensoriale post-romantico, con gli occhi pieni de “La libertà che guida il popolo” di Delacroix, con  Gerry and the Peacemakers che cantano a squarciagola “You’ll never walk alone” con la tifoseria del Liverpool e respirando l’aria pulita dei monti di tutti i partigiani che la Storia abbia conosciuto, mi accorgo che il semaforo è rosso.

Aspetto, non perdo la concentrazione e trattengo i pensieri. Davanti a me una macchina.

Bzzzzzzzzzz, Il finestrino si abbassa e sbuca fuori un braccio con qualcosa in mano, di giallo.

“No, non può essere” mi dico. Ma non serve a molto, e la signora davanti apre inesorabilmente la mano, lasciando cadere a terra la buccia della banana che ha appena finito di mangiare, consegnando al centro della strada e al traffico la sua sfida al tempo per la bio-degradazione.

Muoviamoci con questi dannati ponti.

Il Parolismo e la Voce della Luna

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Abbiamo da sempre l’abitudine di categorizzare i periodi storici, letterariamente ma non solo, non appena questi finiscono: ci posizioniamo distanti il giusto, li analizziamo, ci soffermiamo su qualche personalità straordinaria che quella manciata di anni ha prodotto e zac!, via con l’etichetta: l’Illuminismo, il Romanticismo, il Decadentismo e via così in avanti (ma pure indietro).

Il tempo che viviamo ora non so di preciso che nome avrà nel sommario dei futuri libri di Storia e Letteratura a scuola. Ammesso che ci siano libri nel futuro e non solo e-books. Ammesso che nelle scuole vengano usati “ancora” gli e-books.

Ammesso che una scuola esista ancora nel futuro.

Comunque sia, il nome di preciso non possiamo prevederlo ma sono abbastanza sicuro che suonerà tipo “Parolismo”, “Chiacchierismo” oppure ancora “Opinionismo”, il tempo dell’opinione a tutti i costi, della parola lanciata ad impatto, della necessità di doversi esprimere su tutto per esprimere se stessi. E spesso più spariamo in alto con le nostre armi vocali e/o digitali e più diventiamo “personaggi”, e più lo diventiamo e più abbiamo bisogno di sparare in alto per mantenere il nostro status ed evitare la Grande Paura: quella di non essere nessuno o di essere come tutti gli altri.

Il risultato spesso è una Babele di polvere sospesa nel vuoto, senza più fondamenta perchè, diciamolo, ma chi se ne frega di questa fondamenta, di queste basi: l’importante è arrivare in alto e poco importa se nell’impasto del calcestruzzo c’era la sabbia.

Tanto le Babilonie cadono da sempre, e speriamo che questa cada quando “noi non ci saremo”.

L’ultimo film di Federico Fellini non viene ricordato per la sua bellezza (La Voce della Luna, 1990) ma molto probabilmente per il suo simbolismo predominante e, a detti di molti, per la sua frammentarietà esasperata, che non riescono a salvare del tutto momenti in ogni caso altissimi, come la cattura della luna e il circo mediatico conseguente.

Eppure negli ultimi 30 secondi (di un film che dura due ore), Fellini ci mette in guardia con un lampo che illumina la notte per un solo istante, e mai come adesso le parole che egli fa pronunciare ad un giovanissimo Roberto Benigni, simbolicamente l’animo poetico e non ancora corrotto della fanciullezza, oggi dovremmo ripetercele come un mantra:

E grazie a… Orazio!

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In medio stat virtus è una locuzione latina, il cui significato letterale in italiano è: «la virtù sta nel mezzo». La locuzione invita a ricercare l’equilibrio, che si pone sempre tra due estremi, pertanto al di fuori di ogni esagerazione[1].

L’espressione risale ai filosofi scolastici medievali, anche se già Aristotele nell’Etica Nicomachea (“μέσον τε καὶ ἄριστον”; trad.: il mezzo è la cosa migliore), Orazio nelle Satire (“est modus in rebus”; trad.: c’è una misura nelle cose) e Ovidio nelle Metamorfosi (“medio tutissimus ibis“; trad.: seguendo la via di mezzo, camminerai sicurissimo[1]) avevano espresso un concetto similare.

[da Wikipedia]

Le mie orecchie lo sentono ripetere da una vita, come un mantra ossessivo, un abito adatto ad ogni occasione

  • Hai deciso per chi votare?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.
  • Come la pensi su … [inserire tema attuale a piacere] ?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.
  • Ma nell’amatriciana ci vuole lo spicchio d’aglio?
  • Ma sai, come diceva Orazio, in medio stat virtus.

E così via.

Ogni forma di estremismo non ha mai generato nulla di buono, e siamo d’accordo.

Ma quali disastrosi effetti collaterali possono derivare anche dallo “scudo oraziano”?

Nel caso specifico n.1, la massima oraziana può rivelarsi un’arma letale, favorendo l’elezione di pseudo-partiti che da anni “si muovono sulla destra, poi sulla sinistra, restano immobili sul centro, e provano a fare un giro su se stessi”.

Nel caso n.2 lo scudo si rivela con chiarezza per quello che è realmente, e cioè un modo per tenere tutti buoni a prescindere, senza esercitare (ed esercitarsi) in nessun dubbio critico che possa allontanarci dal nostro gruppo di riferimento, dimenticando troppo spesso che invece è proprio questo che ci caratterizza in quanto esseri umani.

Il caso n.3 è probabilmente il più doloroso e problematico poiché interferisce con il mondo che oggi più di tutti ci interroga e ci appassiona, quello cuochese: chi potrà, ad esempio, dimenticare l’acre polemica che il Febbraio scorso tenne tutto il nostro Paese con il fiato sospeso e che costrinse il comune di Amatrice a dichiarare “La tradizione vuole solo guanciale, pecorino, vino bianco, pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino” contro il vate Carlo Cracco?  Ebbene, nemmeno in quella attanagliante discussione riuscimmo a prendere posizione chiara e netta.

E allora qualche volta, oltre ad Orazio, non dimentichiamoci nemmeno di chi diceva:

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano.

Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

E VABBÈ – Storie di sentinelle in piedi e di sedie poco comode

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Accadde in una piccola cittadina del Sud Italia che si preparava ad accogliere un grosso evento.

Ebbene, in questa cittadina delle famiglie cominciarono a provare un forte disagio: tutte le sedie non sembravano più tanto accoglienti. A quelle sedie ci tenevano un sacco!

Su quelle sedie avevano visto di tutto: l’arresto del sindaco, di Sandra & Co., i loro figli disoccupati, la squadra di calcio cittadina che perde I play-off, qualche infiltrazione camorristica qua e là.

Insomma, queste meravigliose amiche a quattro zampe gli avevano tenuto compagnia per tutta una vita.

Ma non per quel maledetto evento di Giugno, no!

“Ragazzi, dobbiamo fare qualcosa” – dicevano – “non possiamo stare seduti in un momento come questo… conosco degli amici dell’Illinois che sanno come comportarsi in questi casi”.

Quindi, organizzato un gruppetto, decisero di andare a manifestare il proprio disagio leggendo un buon libro…in piedi…davanti alla Prefettura. Ora, poco importa se questo libro l’abbia scritto il buon Adolfo o qualche altro scrittore accreditato dalle parti dell’avvocato, “questa manifestazione non s’ha da fare!”

Leggono… leggono… leggono.

“Se stabiliamo che una famiglia può essere fatta da 2 uomini o due donne, allora arriveremo anche a dire che una famiglia può essere composta da un uomo e dal suo cane”.

“A volte l’ideologia viene prima delle persone”

Eccetera, eccetera….

Io non commento. Dico solo che io preferisco leggere altro!

Se potete, mettete un cuscino sulle vostre sedie… perchè forse e meglio se restiate seduti.

Come avete sempre fatto.

[SonoNelMood]

Storia di Bellezza e stregoneria

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L’anno è il 1484.

L’Europa è attraversata da varie guerre che potremmo azzardarci a definire “di routine” come quella che gli spagnoli stanno combattendo a Granada, ultima roccaforte musulmana della penisola iberica.

Lo stesso anno è però decisivo anche per un altro conflitto, più invisibile, eppure talmente radicatosi da infiammare moltissimi luoghi dell’Occidente, e che condusse in due secoli alla morte sul rogo di numeri discordanti tra gli addetti ai lavori quali 20.000, 60.000, e addirittura 2.000.000.

Il 1484 è infatti l’anno della Summis desiderantes affectibus (“Desiderando con supremo ardore”) bolla pontificia promulgata dal Papa Innocenzo VIII, nella quale il pontefice affermava la necessità di sopprimere l’eresia e la stregoneria. L’enciclica riconosceva l’esistenza delle streghe e concedeva la piena approvazione papale all’Inquisizione, permettendo di fatto tutte le misure necessarie per estirpare il fenomeno e puniva con la scomunica chiunque avesse cercato di ostacolare il lavoro dei suoi giudici, dando ufficialmente inizio al fenomeno che noi oggi conosciamo come “caccia alle streghe”.

Proprio in questi anni a Collevecchio, piccolo borgo vicino a Rieti, nasce Bellezza, figlia di Angelo Orsini, un fattore non imparentato con la celebre Casa principesca. Pressochè ragazzina, Bellezza viene data in sposa a un giovane che, come tanti altri in paese, subisce il suo fascino perché Bellezza (manco a dirlo) bellissima lo è davvero. Di lui non sappiamo molto altro, solo che subito dopo la nascita del loro piccolo Bartolomeo scappa via, abbandonando la giovane moglie e il neonato.

Dopo qualche anno Bellezza viene assunta come serva a Monterotondo presso il castello della famiglia Orsini. Oltre a pulire, cucinare e badare alle bestie, la ragazza deve anche preparare pranzo e cena ad una donna rinchiusa nelle carceri del castello: Lucia di Ponzano. Si tratta di una presunta strega, ma in verità è solo una donna che realizza miscugli di erbe capaci di curare alcune malattie. Lucia, provando un forte sentimento di affetto e fiducia per Bellezza, decide di insegnare alla ragazza la sua arte. Così la giovane Orsini, acquisisce grande conoscenza delle erbe medicinali, fino a diventare “guaritrice di ogni malanno” agli occhi dei suoi concittadini che numerosi si recano da lei per guarire da mali e dolori.

Un giorno, però, un giovane non riesce ad ottenere benefici dalle sue cure e muore; il fatto viene denunciato dai parenti dell’uomo al tribunale dell’Inquisizione e Bellezza viene convocata a Fiano, davanti ad un tribunale che l’accusa di aver praticato stregonerie.

Durante l’interrogatorio l’imputata ammette in tutta tranquillità di praticare la cosiddetta medicina dei semplici, a base di sostanze puramente vegetali, a favore di malati gravi che le hanno chiesto aiuto. Non può, quindi, aver ucciso nessuno.

Eppure, grazie a qualche testimone comparso improvvisamente, alla testardaggine di un giudice deciso a incidere un’altra “tacca” sul proprio bastone, offrendo alla causa un’altra vittima da sacrificare “per la Gloria di Dio”, Bellezza viene torturata così violentemente che il giudice riesce ad estorcerle una confessione, in parte riportata dagli atti ufficiali:

«Andamo alla noce de Benevento e illi [lì] facemo tucto quello che volemo col peccato renuntiamo al baptismo e alla fede e pigliamo per signore e patrone el diavolo e facemo quel che vole luj e non altro».

E più avanti ribadisce:

«E andamo alla noce  de Benevento dove ce reducemo tucte insieme e illi facemo gran festa e jova [gioco] e pigliamo piacere grande e poi il diavolo piglia quattro frondi de quella noce e cusì ne ritornamo a casa e dove volemo ad streare [stregare] e far male ad qualcheduno…»

Inoltre, Bellezza riporta la formula per volare:

«Unguento, unguento, portace alla noce  di Benevento, per acqua e per vento e per ogni maltempo».

Bellezza ha confessato e il giudice, soddisfatto, promette alla donna di rinchiuderla in un convento.

Ma non è così: Bellezza Orsini viene condannata a morte.

Lei non ci sta: il rogo non l’avrà vinta perchè non è responsabile né dell’accaduto né di alcuna altra malefatta.

Pensando a questo, Bellezza strappa un vecchio e arrugginito chiodo dalla parete della sua cella e lo conficca ripetutamente in gola: in un ultimo, disperato, gesto la strega (?) decide che il tribunale, il boia e tutti coloro che l’hanno prima ringraziata e poi accusata, non la vedranno urlare tra le fiamme e invocare pietà.

Così Bellezza non sfugge alla morte ma sì al rogo, e il suo nome non può nemmeno essere compreso tra quei 20.000, 60.000, 2.000.000.

Giustizia è fatta.

DavideDeRei

La Liberazione è un esercizio quotidiano.

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Mi hanno sempre messo a disagio le giornate celebrative.

Il problema è che nel preciso istante in cui ne riconosco la validità, interviene quasi al contempo il “genio guastatore”, il motivo nato appositamente per sabotare e minare la giustezza di quella idea.

Necessario celebrare la Giornata della Memoria per l’olocausto ebreo. E per quello armeno? E quello ruandese? E quello pellerossa?

Bella la Festa del Lavoro il primo Maggio, ma siamo sicuri che oggi abbia ancora senso?

Sulla Festa della Repubblica non mi soffermo perchè, ammettiamolo, non interessa più nemmeno ai piloti che guidano le frecce tricolore. E puzza un pochino di festa “statale”.

Eppure in questo tempo così vorticoso, in “questo circo di cani” dove è sempre più difficile ma sempre più necessario distinguere e scegliere consapevolmente da che parte stare, per me il 25 Aprile continua a stare al suo posto.

Fermo, incrollabile, senza essere scalfito dal tempo. Anzi, ogni anno più luminoso nel presente fumoso.

E quindi continuo a credere a Dante Di Nanni, barricatosi ferito in un casolare di campagna che resiste da solo ad un assedio nazifascista di quattro ore e che terminate le munizioni, “pur di non consegnarsi vivo, si trascina verso la ringhiera del balcone, e si getta nel vuoto”.

Continuo a credere a Silvio Corbari, partigiano e “macchiettista”, che a Faenza piazza un ordigno alla base del monumento di un generale, avvisando successivamente le autorità fasciste. Grande sorpresa per  gli artificieri, che scoprono trattarsi di un ordigno caricato a pasta e fagioli.

Continuo a credere nella Napoli che dopo quattro giorni risorge e, senza armi e strategie, caccia via l’invasore esclusivamente con la forza delle propria Resistenza popolare.

Continuo a credere alle migliaia di donne, staffette partigiane, tanto importanti sia nelle azioni militari che nel sostegno di una guerra civile spesso combattuta nella solitudine, nell’isolamento cittadino e di montagna, e nella paura.

Continuo a credere anche in quel giovane colonnello delle SS amico di Totò, che una sera del 1943 gli confidò che stava per essere emesso un mandato di arresto per lui e per i fratelli De Filippo, poiché avevano preso in giro in una loro commedia teatrale il regime nazifascista.

E solo in questo caso il genio non è guastatore ma costruttore, perché viene a ricordarmi che un solo giorno commemorativo di programmi in TV, manifestazioni e belle parole che strizzano talvolta l’occhio alla retorica, non basta.

Perché la Resistenza è una scelta che si fa ogni giorno.

E la Liberazione è un esercizio quotidiano.